Spoleto, 12 aprile 1970 ( 2010)

VINCENZO MARIA RIPPO:
“IL MIRACOLO DI QUEST’ORA SOSPESA”
Il miracolo di quest’ora sospesa ( cf. poesia Biblioteca a Perugia) è un verso di Vincenzo Maria Rippo (1947/ 70) , poeta e scrittore, spoletino d’adozione, di fama internazionale. Infatti il suo fu un vero e proprio caso letterario: la sua opera raggiunse subito il successo editoriale e della critica , ma egli non godè affatto di tale notorietà a causa della lucemia fulminante che rapida lo condusse alla morte. Egli stesso ne ebbe il sentore e suggellò in un foglio il doloroso , ma veritiero, responso “Le poesie usciranno postume”: testo contenuto nelle fascette delle prime pubblicazioni dei suoi carmi.
Il poeta, la cui produzione artistica è ponte tra l’occidente classico e l’oriente islamico, tra i linguaggi antichi e fondanti della classicità e la novità linguistica della beat generation, è stato celebrato il 2 maggio 2009 presso il Centro Culturale Poli d’Arte di Spoleto . Un ‘iniziativa questa che coinvolse vari enti ed associazioni: in primis il professore Francesco D’Episcopo, docente di letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e curatore dell’opera del poeta; il quale fu il moderatore della serata organizzata in sinergia con il Forum dei Giovani Spoletini e il Centro Culturale Città Nuova. Il tutto nella suggestiva cornice del Centro Culturale Poli d’Arte; una serata che unì le arti ( la pittura, la poesia e la musica del gruppo Senza dimora fissa ) e in questa unione volle ricordare Vincenzo Maria Rippo; non solo nella presentazione dei suoi versi ma anche nella esposizione di componimenti inediti dei Poeti disincantati , a lui ispirati e dedicati. La cosa fu ancora più significativa perché nei locali della Poli d’Arte, in occasione dell’Aprile Spoletino del 1980, già si tenne una mostra bibliografica dedicata al poeta: un ritorno nella memoria alquanto significativo. Oggi 12 aprile 2010 ricorre il quarantesimo anniversario della morte di Vincenzo Maria Rippo e questo articolo vuole essere un umile ma sentito omaggio al nostro autore.
Vincenzo nasce a Napoli nell’ottobre 1947, dove svolgerà gli studi primari, che poi proseguirà a Recanati. Nel 1962 la famiglia si sposterà a Spoleto, ove presso Il Liceo Pontano-Sansi nel 1966 terminerà gli studi classici. Si inscriverà poi alla Facoltà di Lettere della Università di Perugia. Il 1969 è l’anno del viaggio in Siria, che sancirà la sua definitiva conversione all’Islam. Studente brillante, batterista degli Alogeni , pittore, poeta e prosatore nonché filosofo: a lui si devono i seguenti scritti, che il padre, Renato fino all’anno della sua morte il 2003, ha pubblicato e divulgato: le Poesie e gli Inediti, le Lettere a Francesca, Tacito storico, Prologomeni a nuova metafisica dell’essere e infine uno scritto sull’Islam, curato dal prof.re D’Episcopo ( Rippo e l’Inslam).
Come il Leopardi, con il quale condivise Recanati, Rippo avverte un’angoscia profonda, che lui tinge d’azzurro ( Per i miei tre amici: Ora raccolgo una grande viola di pianto/ e dico addio alla vostra giovinezza; Serata azzurra: Amici ho paura /di coprirmi d’azzurro), ma non sfocia nell’ateismo leopardiano; anzi si risolve in un profondo ecumenismo , i cui poli sono da una parte il francescanesimo dall’altra la fede musulmana. In Davanti San Claudio, citerà Chiara d’Assisi: (…) le mani nella preghiera. E Domina Clara/mi suonava nel cuore con voce dei ricordi/ e mi riempiva gli occhi di lacrime); l’Inslam compare in molti scritti,tra i quali cito: Kaaba, pellegrino a te vengo … ( Guarda al di sotto delle mie labbra e delle mie lacrime, /e coglimi come io mi vorrei).

Una riflessione particolare merita la donna in Rippo: la musa eterea e metafisica che dispensa grazia e dolcezza al poeta sofferente nel suo dolore profondo( L’ultima sera con Jennie: Io non quale sia il mio dramma atemporale). Molte sono le figure femminili presenti nella produzione letterario del nostro autore, ma fra tutte la più pregnante è Francesca: un’amicizia profonda, una sintonia sinergica di anime che si sono incontrate quasi e soprattutto per via epistolare, un angelo che discreto si fece consolazione nell’intimo disagio del poeta, molto più forte di quella lucemia che con la violenta e repentina forza di un fulmine improvvisa lo spense.
Le Lettere a Francesca sono l’epistolario, nonché l’intenso diario di due anime lontane geograficamente, eppure più vicine che mai, che ,iniziato nel 1965 e poi interrotto per poi raccogliere tutte le missive datate dal dicembre 1968 al gennaio 1970, racconta un incontro atemporale la cui unica traccia materiale è proprio questo carteggio. Francesca e Vincenzo si sono incontrati solo nella carta e nell’inchiostro, per poi trascorrere un unico pomeriggio insieme a Pegli. E’ la lettera XVIII ( Spoleto , 15 novembre 1969); la penultima , in quanto, l’ultima , l’epistola XIX reca la data 8 gennaio 1970 ed è stata scritta a Spoleto: di lì a pochi a mesi il fatidico e ultimo giorno per Vincenzo: il 12 aprile 1970. Così Vincenzo nella lettera XVIII racconta quell’unico incontro fisico con Francesca:
Perciò adesso me ne sto a pensare a quello che per me è stato davvero uno splendido pomeriggio : in cui potevo parlati e, trovarti tanto, ma tanto simile come ti avevo immaginata , e tanto diversa dalle molte altre ragazze con cui ho avuto occasione di far conoscenza finora. (…) In fondo resteranno sempre queste lettere , e questi momenti, che bene o male, mi hanno fatto capire tante cose e che, soprattutto, mi hanno fatto conoscere quella persona straordinaria che tu sei.
L’ultimo palpito d’ali, il primo e ultimo bacio di un ‘angelo, per te Vincenzo – il lettore mi perdoni il cambio di registro – che chiudesti la tua esistenza terrena come la tua ultima poesia ( Prendimi, Signore …):
Ora che ho bruciato la mia vita,
non voglio tornare indietro;
a Te io mi rivolgo, come l’uomo che soffre.

Davvero la tua vita non fu che «il miracolo di quest’ora sospesa»; sospensione che echeggia in tua quartina dal titolo Pastorale e con la quale concludo:
Le tue fonti vorrei le tue greggi
Teocrito
toccar l’acqua con le mani
addormentarmi tra gli ulivi.

Sandro Costanzi